Attacco di panico: cosa fare e come si cura
Attacco di panico: cosa fare e come si cura
Un attacco di panico arriva quasi sempre senza preavviso: il cuore accelera, manca il respiro, si ha la sensazione di perdere il controllo o, addirittura, di stare per morire. Chi lo vive per la prima volta spesso finisce al pronto soccorso, convinto di avere un problema cardiaco o neurologico. Capire cos’è, cosa fare nel momento acuto e come si affronta in terapia è il primo passo per uscirne.
Cos’è un attacco di panico
Un attacco di panico è un episodio improvviso e circoscritto di paura o disagio intenso. È accompagnato da sintomi fisici e cognitivi che raggiungono il picco in pochi minuti. Di per sé, però, non è pericoloso: per quanto spaventoso, non causa danni fisici né richiede quasi mai un ricovero ospedaliero.
Si tratta inoltre di un fenomeno comune: secondo il Manuale MSD, ogni anno ne soffre almeno l’11% della popolazione adulta. Nella maggior parte dei casi si risolvono senza bisogno di un trattamento specifico. Tuttavia, in una parte significativa delle persone tendono a ripresentarsi ed evolvere in un vero e proprio disturbo di panico.
I sintomi principali
I sintomi possono variare da persona a persona, ma i più frequenti includono:
Secondo i criteri diagnostici del DSM-5 (il manuale di riferimento dell’American Psychiatric Association), un attacco di panico è definito dalla presenza di almeno 4 di questi sintomi, con un picco che si raggiunge entro pochi minuti dall’esordio.
Cosa fare durante un attacco di panico
Nel momento acuto, alcune strategie possono aiutare a ridurre l’intensità dell’episodio, quali ad esempio:
- Respirare in modo consapevole: allungare l’espirazione rispetto all’inspirazione aiuta a calmare l’attivazione del sistema nervoso.
- Nominare ciò che sta succedendo: ricordarsi che si tratta di un attacco di panico, non di un pericolo reale, aiuta a interrompere il circolo vizioso paura-sintomi-più paura.
- Radicarsi nel presente: tecniche di grounding (notare 5 cose che si vedono, 4 che si toccano, 3 che si sentono) riportano l’attenzione al qui e ora.
- Non fuggire dalla situazione, se possibile: evitare il luogo in cui si è verificato l’attacco rinforza la paura a lungo termine e favorisce l’agorafobia.
Se gli episodi si ripetono, il passo successivo è escludere cause organiche con la propria medica o il proprio medico e, una volta confermata la natura psicologica del disturbo, iniziare un percorso di valutazione con una specialista o uno specialista.
Quando l’attacco di panico diventa un disturbo
Si parla di Disturbo di Panico quando gli attacchi sono ricorrenti e inaspettati, seguiti da almeno un mese di preoccupazione persistente per un nuovo episodio (la cosiddetta ansia anticipatoria) o da cambiamenti significativi nel comportamento per evitarli. Questo meccanismo di evitamento è spesso ciò che, nel tempo, limita di più la vita quotidiana: si evitano mezzi pubblici, luoghi affollati, o si rinuncia a impegni per paura di un nuovo attacco.
Come si cura: cosa dice la letteratura scientifica
Il trattamento del disturbo di panico è tra i più studiati in ambito clinico. Le linee guida internazionali, incluse quelle del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) britannico, indicano la terapia cognitivo-comportamentale (TCC) come intervento di prima linea, spesso associata a tecniche di esposizione enterocettiva. Nell’esposizione enterocettiva si abitua gradualmente la persona a tollerare le sensazioni fisiche dell’attacco, in un contesto controllato, fino a “disinnescare” l’allarme del cervello.
Accanto all’approccio cognitivo-comportamentale, un contributo importante viene anche dalla lettura psicodinamica del sintomo: l’attacco di panico può essere l’espressione di un conflitto emotivo non ancora elaborato, e lavorare su questo piano aiuta a comprenderne il significato più profondo, non solo a gestirne i sintomi. È proprio l’integrazione tra questi due approcci — cognitivo-comportamentale e psicodinamico — a caratterizzare la Psicoterapia Breve Focale Integrata, un modello che punta a costruire un percorso personalizzato e mirato, senza tempi indefiniti.
In alcuni casi, la medica o il medico può valutare un supporto farmacologico (ansiolitici o SSRI), generalmente come accompagnamento e non in sostituzione della psicoterapia.
Quando chiedere aiuto
Non è necessario aspettare che il disturbo diventi invalidante per rivolgersi a una professionista o a un professionista. Un primo colloquio di consulenza serve proprio a capire cosa sta succedendo, escludere altre cause e costruire, insieme, un percorso su misura.
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Fonti
Nota redazionale: questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica personalizzata.










